Il Marzo del Giardiniere

Il Marzo del Giardiniere

di Karel Capek estratto da "L'anno del giardiniere" Sellerio editore Palermo

Illustrazioni Worthington George Smith e  George Shayler

Se dobbiamo descrivere il marzo del giardiniere in modo veritiero e sulla base di esperienze antichissime, siamo tenuti prima di tutto a distinguere accuratamente due cose:

A) che cosa il giardiniere deve e vuole fare, e B) che cosa realmente fa, non potendo realizzare di più.

A) Dunque ciò che egli vuole, appassionatamente e incessantemente, va da sé: vuole solo togliere la pacciamatura di aghi di conifere e mettere le piante allo scoperto, vangare, concimare, dissodare, zappare, scassare, smuovere, rastrellare, livellare, bagnare, moltiplicare, fare talee, potare, piantare, trapiantare, legare, annaffiare, aggiungere concime, sarchiare, colmare, seminare, pulire, tagliare, scacciare passeri e merli, annusare il terreno, scavare i getti con le dita, esultare davanti ai bucaneve in fiore, asciugarsi il sudore, inarcare la schiena, mangiare come un lupo e bere come una spugna, andare a letto con la vanga e alzarsi con l'allodola, glorificare il sole e la pioggerella del cielo, tastare i duri germogli, coltivare i primi calli e le prime vesciche primaverili, e in assoluto vivere nel giardino abbondantemente, primaverilmente ariosamente.

B) Invece di fare tutto questo, impreca perché il terreno è sempre, o di nuovo, gelato, infuria in casa come un leone prigioniero in gabbia, quando il giardino si copre di neve, sta seduto accanto alla stufa con il raffreddore, è costretto ad andare dal dentista, ha una comparizione in tribunale, riceve la visita da una zia di un pronipote o di chissà quale nonnetta, insomma perde un giorno dopo l'altro, perseguitato da tutti i fastidi, scherzi del destino, faccende e avversità possibili, che gli si accumulano come di proposito nel mese di marzo; giacché pensate che «marzo è il mese più indaffarato nel giardino, che si deve preparare all'arrivo della primavera».

Ebbene sì, solo da giardiniere l'uomo apprezza quei detti alquanto triti, quali «freddo implacabile», «ostinata tramontana», «gelo feroce» e altre poetiche invettive; anch'egli utilizza espressioni ancora più poetiche invettive; anch'egli utilizza espressioni ancora più poetiche, dicendo che quest'anno l'inverno è mostruoso, dannato perduto, sudicio, maledetto e infernale; a differenza dei poeti, non si lamenta solo della tramontana, ma anche dei maligni venti occidentali, e maledice le gelide tempeste di neve non meno delle subdole e insidiose gelate. È incline a espressioni fiorite, quali «l'inverno si difende dagli attacchi della primavera», e si sente oltremisura umiliato dal fatto che in questa battaglia non può in nessun modo aiutare a sconfiggere e uccidere il tirannico inverno. Se potesse attaccarlo con la zappa o la vanga, con il fucile o l'alabarda, si armerebbe e andrebbe in battaglia, lanciando un grido vittorioso; ma non può fare null'altro che aspettare tutte le sere alla radio il bollettino di guerra del Servizio meteorologico nazionale, imprecando ferocemente contro l'area di alta pressione sulla Scandinavia o contro l'intesa perturbazione sull'Islanda; poiché noi giardinieri sappiamo da dove soffia il vento.

Per noi giardinieri hanno un valore altrettanto certo i pronostici popolari; noi ancora crediamo che «San Matteo il ghiaccio sega», e se non lo fa, aspettiamo che lo tagli San Giuseppe, il falegname celeste; sappiamo che «a marzo, dietro la stufa mi piazzo», e crediamo ai tre santi di ghiaccio, nell'equinozio di primavera, nel cappuccio di San Medardo e in altre simili previsioni, dalle quali è chiaro che la gente fin dai tempi antichi ha brutte esperienze con il tempo. Non ci sarebbe da meravigliarsi, se si dicesse che «il primo maggio la neve sul tetto si nasconde» oppure che «a San Nepomuceno ti si gelano le mani e il naso» oppure che «a San Cirillo e Metodio ti si gela l'acqua nel pozzo» e che «a San Venceslao un freddo finisce e un altro sopraggiunge», in breve i pronostici popolari profetizzano per lo più cose infauste e oscure. Pertanto, sappiate che l'esistenza dei giardinieri, i quali, nonostante queste brutte esperienze con il tempo, un anno dopo l'altro accolgono e celebrano l'inizio della primavera, testimonia l'immortale e miracoloso ottimismo del genere umano.

L'uomo che è diventato giardiniere frequenta con diletto gli Antichi Testimoni. Questi sono persone attempate e alquanto distratte, che ogni primavera dicono di non ricordare una simile primavera. Se fa freddo, dichiarano che non ricordano una primavera così gelida: «Una volta, sessanta anni fa, faceva così caldo che alla Candelora fiorivano le viole». Al contrario, se fa un pò più caldo, i Testimoni affermano che non ricordano una primavera così calda: «Una volta, sessanta anni fa, a San Giuseppe andavamo in slittino». In breve anche dalle dichiarazioni degli Antichi Testimoni è chiaro che, per quanto riguarda il tempo, nel nostro clima domina un arbitrio sfrenato e che contro di esso non c'è niente da fare.

Sì, non c'è niente da fare; è la metà di marzo, e nel giardino gelato c'è ancora la neve. Che Dio abbia misericordia delle piante del giardiniere.

Non vi svelerò il segreto di come i giardiniere si riconoscano tra di loro, se al fiuto, con una parola d'ordine o con un segno segreto; ma il fatto è che si riconoscono a prima vista, che sia nel corridoio di un teatro, a un tè o nella sala d'attesa del dentista; con la prima frase che pronunciano si scambiano le proprie opinioni sul tempo («no, signore, una simile primavera proprio non la ricordo»), dopodiché passano alla questione della pioggia, alle dalie, ai concimi chimici, a un giglio olandese («maledizione, come si chiama, sì fa lo stesso, le darò il bulbo»), alle fragole, ai cataloghi americani, ai danni che ha perpetrato il freddo di quest'anno, ai pidocchi, agli aster e ad altri argomenti simili. È solo un'apparenza che siano due uomini in smoking nel corridoio di un teatro; nella più profonda e autentica realtà sono due giardinieri con la zappa e l'annaffiatoio in mano.

Quando ti si ferma l'orologio, lo smonti e poi lo porti all'orologiaio; quando a qualcuno si ferma l'auto, alza il cofano e ficca le dita nel motore, dopodiché chiama il meccanico. Con tutto al mondo è possibile fare qualcosa, tutto si può aggiustare e riformare, ma contro il tempo non si può intraprendere nulla. Nessuno zelo o megalomania, nessuna innovazione, né curiosità né bestemmia aiuta; la gemma si apre e il germoglio spunta, quando è imposto dal loro tempo e dalla loro legge. Quindi con umiltà ti rendi conto dell'impotenza dell'uomo; comprendi che la pazienza è la madre della saggezza...

Del resto, non c'è niente da fare.