Il Novembre del Giardiniere

Il Novembre del Giardiniere

di Karel Capek estratto da "L'anno del giardiniere" Sellerio editore Palermo

Illustrazioni Worthington George Smith e  George Shayler

So che ci sono molte belle professioni, per esempio scrivere sui giornali, votare in parlamento, sedere in un consiglio di amministrazione oppure firmare scartoffie d'ufficio; ma quantunque tutto questo sia bello e meritorio, nello svolgere queste professioni, l'uomo non fa la figura e non ha quella postura così monumentale, plastica, e chiaramente statuaria dell'uomo con la vanga.

Signore, quando sta così sulla sua aiuola, con una gamba appoggiata alla vanga, asciugandosi il sudore e dicendo «Ah», allora sembra proprio una statua allegorica; basterebbe scavarla con attenzione, estrarla con tutte le radici e metterla su un piedistallo con la scritta «Trionfo del lavoro» oppure «Il signore della terra» o qualcosa del genere. Dico questo perché adesso è proprio il tempo di farlo, voglio dire il tempo di vangare.

Sì, in novembre si deve rivoltare e rendere soffice il terreno; riempire la vanga di terreno, è una sensazione tanto gustosa e ghiotta, come se riempiste una schiumaiola o un cucchiaio di cibo. Il buon terreno è come il buon cibo, non deve essere né troppo grasso né troppo pesante né troppo freddo né troppo bagnato né troppo secco né troppo appiccicoso né troppo duro né troppo friabile né troppo crudo; deve essere come il pane, come il panpepato, come una focaccia, come una pasta lievitata; si deve poter spargere, ma non si deve sbriciolare; si deve rompere sotto la vanga, ma non deve schioccare; non deve formare né banchi né creste né lastre né bozzi, bensì quando lo rivoltate a vanga piena, ha il piacere di respirare e di frantumarsi in zolle e in terriccio granuloso. Allora, questo sarà un terreno gustoso e commestibile, educato e raffinato, un terreno profondo e tiepido, permeabile, ventilato e morbido, insomma un buon terreno, così come ci sono buone persone; e come è noto, in questa valle di lacrime non c'è niente di meglio.

Sappi, amico giardiniere, che in questi giorni d'autunno si può ancora trapiantare. Prima di tutto, si zappa e si vanga tutt' intorno a un cespuglio o un albero il più profondamente possibile; poi si alza con la vanga da sotto verso sopra, al che, di solito, la vanga si spezza in due. Ci sono persone, soprattutto i critici e gli oratori pubblici, che amano parlare di radici; per esempio predicano che dobbiamo tornare alle radici o che un qualche male si deve estirpare alla radice o che dobbiamo penetrare alla radice di una qualche faccenda.

Orbene, mi piacerebbe vederli, se dovessero sradicare (con tutte le radici annesse), mettiamo, un melocotogno di tre anni. Mi piacerebbe guardare Dario immergersi fino alle radici anche di un cespuglio piccolo come un ruscus. Desidererei osservare il signor Leopoldo estirpare alla radice, per esempio, un vecchio pioppo. Penso che, dopo uno sforzo prolungato, inarcherebbero la schiena e pronuncerebbero una sola parola. Ci metterei la mano sul fuoco che quella parola sarebbe «Perbacco!». Io ci ho provato con i cotogni; e vi assicuro che il lavoro con le radici è pesante e che è meglio lasciarle lì dove sono; esse già sanno perché vogliono essere tanto profonde; direi che non ci tengono alla nostra attenzione. Sarebbe meglio lasciar stare le radici e piuttosto migliorare il terreno.

Sì, migliorare il terreno. Un mucchio di concime è più bello, quando ve lo portano in una gelida giornata, cosicché fuma come una pira sacrificale. Quando poi il suo fumo arriva fino ai cieli, colui che tutto comprende, lo annusa e dice: «Ah, è proprio un bel letame!». Qui avremmo ovviamente l' opportunità di parlare del misterioso ciclo vitale: un cavallo si rimpinza di avena, e poi la spedisce ai garofani o alle rose, che, invece, l'anno dopo renderanno lode a Dio con un profumo tanto delizioso che non si può descrivere. Orbene, il giardiniere coglie questo delizioso profumo già in quel fumante cumulo di letame misto a paglia; annusa golosamente e attentamente cosparge quel dono divino per tutto il giardino, così come spalmerebbe di marmellata una fettina di pane al suo bambino. Tieni, piccolino, buon appetito! A lei, signora Herriot, do un intero mucchietto, perché lei è fiorita di un così bel colore bronzeo; perché tu non ti lamenti, pyrethrum, riceverai questa frittella; su di te spargo questa paglia marrone, passionale phlox. Perché arricciate il naso, gente? Forse pensate che non ho buon odore?

Ancora un po', e rendiamo al nostro giardino l'ultimo servizio; ancora lasciamo passare una piccola gelata autunnale e poi lo avvolgiamo nei verdi aghi delle conifere; incurviamo le rose e le rincalziamo con in terreno intorno ai colletti, le copriamo con una pacciamatura di aghi profumati di abete, e buona notte. Di solito, il giardiniere con gli aghi delle conifere copre qualsiasi cosa, per esempio il coltello tascabile o la pipa; in primavera, quando togliamo gli aghi delle conifere ritroviamo tutto.

Ma non ci siamo ancora, non abbiamo smesso di fiorire; ancora l'Aster dei Morti ammicca gli occhi lilla, sbocciano la primula e la violetta per indicare che anche novembre è primavera, il crisantemo indiano (così chiamato perché non proviene dall'India, ma dalla Cina) non si fa impedire da nessuna difficile situazione meteorologica o politica di effondere la sua fragile e infinita ricchezza di fiori, fiori ruggine e candidi,  dorati e scarlatti, ancora la rosa fiorisce degli ultimi fiori. Regina, sei fiorita per sei mesi; certamente sei obbligata dalla tua posizione.

E poi, ci rifiorisce ancora il fogliame: il fogliame autunnale giallo e purpureo, ruggine, arancione, rosso peperoncino, rosso sangue; e le bacche rosse, arancioni, nere, e brinate di azzurro; e il legno giallo, rossastro, chiaro dei rami nudi; ancora non siamo pronti. E quando si copriranno di neve, ancora ci saranno gli agrifogli verde scuro con i frutti rosso fuoco e i pini neri e i cipressi e i tassi; non c'è mai fine a questo.

Vi dico che la morte non esiste; non esiste nemmeno il riposo. È solo che cresciamo di periodo in periodo. Dobbiamo avere pazienza con la vita, giacché è eterna. Ma voi, che non possedete nessuna aiuola di terreno vostro in tutto l'universo, in quest' epoca autunnale potete adorare la natura piantando nei vasi da fiori bulbi di giacinti e tulipani, perché durante l'inverno o vi congelino o fioriscano. Si fa così: comprate i bulbi opportuni e presso il più vicino vivaio un sacco di buon terriccio; dopodiché cercate in cantina o nel solaio tutti i vecchi vasi da fiore e in ognuno mettete un bulbo. Alla fine scoprite di avere ancora qualche bulbo, ma nessun vaso da fiore.

Allora comprate dei vasi da fiore, dopodiché verificate che ormai non avete più nessun bulbo, ma in compenso vi avanzano dei vasi da fiore e del terriccio. Quindi comprate un altro paio di bulbi, ma poiché di nuovo non vi è bastato il terriccio, comprate un altro sacco di composta. Poi di nuovo vi avanza il terriccio, che ovviamente non volete buttare, piuttosto comprate altri vasi da fiore e altri bulbi. In questo modo, continuate ancora, finché le persone di famiglia non ve lo proibiscono. Infine, con tutti i vasi da fiore, riempite le finestre, i tavoli, i mobili, la dispensa, la cantina e il solaio, dopodiché andate incontro con fede all'imminente inverno.