Ipomea del Negombo

Ipomea del Negombo

di Eleonora Fiorani

Ipomea del Negombo capitolo uno

Oggi vogliamo circondarci di cose belle anche nella loro semplicità, belle perché utili, belle da vedere, da toccare, da usare, da contemplare.

C’è nell’aria una rinnovata sensibilità verso quei concetti e quei valori che fanno capo alla gentilezza e alla profondità del sentire, ad una dolcezza e leggerezza di modi, all’emozione e valorizzazione di sentimenti, al rapporto complice con il proprio corpo e con il territorio. E’ questo che si suole chiamare senso di appartenenza e amore per il luogo.

E da noi l’attaccamento al territorio è un legame che rimanda direttamente alla cultura del gusto e alla propensione all’arte che hanno fatto grande il nostro paese. A tutto ciò appartiene il tempo rallentato così consono ai paesi del Sud dell’Europa, ai paesi del Mediterraneo, a cui apparteniamo. E appunto di appartenenza parla tutto ciò.

Bellezza come stile di vita , piaceri dei sensi, gusto e riscoperta del paesaggio e dei sapori genuini, curiosità per le storie, le narrazioni, di cui le cose sono portatrici, altro non sono che gli aspetti più evidenti di un rinnovato bisogno di avere radici, di ritrovare il rapporto con i luoghi: radici in una terra solida perché ha i ritmi lenti e sa aspettare, stagione dopo stagione il fiorire dei fiori dell’amore. Ecco è tutto ciò che ha voluto e vuole continuare ad essere Ipomea.

Ciò che la caratterizza è infatti il carattere amatoriale , quindi l’amore e il gusto per la collezione di ciò che è prezioso perché è bello o perché raro e unico o perché è da proteggere o da preservare essendo in estinzione o di ciò che appartiene alla nostra storia e memoria e struttura i nostri luoghi. Ipomea è una mostra-mercato ma non è moda del verde né marketing, vuole essere affermazione della cultura e del senso del luogo attraverso il mondo delle piante, delle essenze e dei prodotti naturali che da essi derivano.

Così frutti antichi, piante rare ed inconsuete o esotiche si incontrano con ulivi e agrumi. Le piante aromatiche aprono ai sensuosi mondi degli odori e i frutti in estinzione come le pere ruggine si incontrano con gli agrumi, che dominano i nostri paesaggi e le conifere e gli aceri dei nostri boschi, e con le rose e le orchidee che rendono incantati i nostri giardini.

Alla mostra-mercato partecipano vivaisti altamente specializzati in collezioni botaniche, espositori, associazioni di categoria, singoli amatori, un mondo vario che ci fa vedere i molteplici volti dell’universo “verde”, che costituiscono una presenza e una realtà sempre più importanti negli scenari che oggi ripensano il territorio e il paesaggio e i nuovi modi di vita.

La mostra si svolge in un luogo “edenico” il parco idrotermale del Negombo che di anno in anno si sta configurando come giardino dell’arte. Ermanno Casasco,  vi ha introdotto l’”Arco in cielo” e "Rive dei Mari" di Arnaldo Pomodoro, lo “Strale” di Lucio Del Pezzo, “Gli Occhi di Nesti e di Neri” di Laura Panno, il “Volo” di Giuseppe Maraniello, Sprigionamenti di Gianfranco Pardi e Incontri di Simona Uberto come parte integrante di un’arte del paesaggio in cui la natura e l’opera entrano in dialogo e si “guardano” in un confronto tra creatività della natura e creatività dell’uomo.

L’opera d’arte non vi è semplicemente collocata, ma ne fa parte integrante. Il giardino è l’emblema dell’abitare nel segno della bellezza .

Ipomea del Negombo vuol dunque stimolare una nuova sensibilità e un nuovo atteggiamento di affezione e responsabilità verso la natura e il territorio rintracciando in esso la memoria della millenaria arte contadina che per prima ha strutturato il paesaggio

Ipomea del Negombo capitolo due

C’è oggi un nuovo vissuto del corpo , un corpo –lingua , erotico, ludico, che non è più rivolto alla pura immagine ma alla qualità della vita, delle cose, della storia, della memoria, filtrata dal proprio vissuto ed ad essa finalizzata. Il nuovo vissuto del corpo comporta un nuovo modo di rapportarsi al mondo.

Cosi oggi vogliamo circondarci di cose belle anche nella loro semplicità, belle perché utili, belle da vedere, da toccare, da usare, da contemplare. C’è nell’aria una rinnovata sensibilità verso quei concetti e quei valori che fanno capo alla gentilezza e alla profondità del sentire, ad una dolcezza e leggerezza di modi, all’emozione e valorizzazione di sentimenti , al rapporto complice  con il territorio. E’ questo che si suole chiamare senso di appartenenza ed amore per il luogo. E da noi l’attaccamento al territorio è un legame che rimanda direttamente alla cultura del gusto e alla propensione all’arte che hanno fatto grande il nostro paese. Hanno fatto grande il nostro paese ed hanno fatto del modo di vivere italiano un’icona. A tutto ciò appartiene il tempo rallentato così consono ai paesi del Sud dell’Europa, ai paesi del Mediterraneo, a cui apparteniamo. Bellezza come stile di vita , piaceri dei sensi, gusto e riscoperta del paesaggio e dei sapori genuini, curiosità per le storie, le narrazioni, di cui le cose sono portatrici, altro non sono che gli aspetti più evidenti di un rinnovato bisogno di avere radici, di ritrovare il rapporto con i luoghi: radici in una terra solida perché ha i ritmi lenti e sa aspettare, stagione dopo stagione il fiorire dei fiori e dell’amore.

Ipomea del Negombo capitolo tre

Giardini al centro dell’identità della nuove città, giardini di quartiere, per bambini, per le cerimonie, per i luoghi del consumo, per comunità religiose, per i nuovi luoghi del benessere, per i luoghi della festa: sono solo alcuni dei tanti modi in cui oggi il giardino riconfigura i paesaggi della contemporaneità , i nuovi vissuti del corpo e dell’anima, e i nuovi modi di far comunità. Si installa nelle nostre case sui tetti , nei luoghi del lavoro, negli interstizi abitati e ricostruisce il paesaggio e il luogo che sembravano perduti e che, invece ritornano come protagonisti del territorio, della sua identità aperta al domani.

Gli antichi legami del luogo con la terra e le piante tornano a coniugarsi con i nuovi linguaggi del mondo contemporaneo; e la magia del giardino è tutt’uno con la riscoperta del corpo, del tempo lento, del piacere dei sensi, della passione per le narrazioni del territorio, delle cose in cui stanno le proprie radici.

Tempi strani quelli nostri: in essi la natura, il verde, il giardino, insieme alla questione ecologica e paesaggistica, godono di un successo massmediale per cui sembrano aver acquisito attualità. Si sono moltiplicate le riviste, i convegni, le fiere a ciò dedicati. Ma come si sa, occorre diffidare dalle apparenze. Il giardino, il verde, il paesaggio, la natura sono solo tornati di moda e come tali “consumati”. Fanno “tendenza” come si suol dire in un modo in cui la dimensione estetica la ricerca di immagine sono diventati valori da spendere sul mercato. E oggi il mercato offre un’infinita quantità di piante e fiori provenienti dalle più diverse parti del mondo: di qui le effimere mode di un fiore o di un albero che durano lo spazio di un mattino e che non tengono conto del contesto ambientale. Non è cosi che si costruiscono i giardini e si ristrutturano i paesaggi ,e non è cosi che la natura torna a coniugarsi con le nostre metropoli e le nostre case. E questo va particolarmente detto e ricordato nel nostro paese che, certo, vanta una straordinaria tradizione di giardini e ne è anche ricco, ma tale ricchezza è pari alla trascuranza e incuria di cui giardini e paesaggi sono stati e sono ancora oggetto. Incendi dolosi del patrimonio forestale, alberi monchi nelle metropoli, nei giardini condominiali, giardini e parchi contenitori di eventi e spettacolarizzazioni del verde sono la realtà in cui ci troviamo a vivere.

Ipomea del Negombo capitolo quattro

L’ecologico, l’ecocompatibile o ecosostenibile , e oggi soprattutto la biodiversità sono ritornati al centro dell’attenzione non soltanto nei dibattiti internazionali sul clima, sull’energia, sull’alimentazione che ci lasciano sempre l’amaro in bocca, ma nei più disparati settori della produzione come dell’invenzione e della ricerca. Interessano significativi settori del design, dell’architettura e dell’urbanistica, che si volgono a nuovi modi del progetto dell’ abitare, del vivere, dell’immaginare e anche del produrre, cambiando il modo stesso di pensare la tecnologia, alzandone le soglie non ai fini dell’artificiale ma dell’operare nell’infinitesimo piccolo, imitando con le nanotecnologia ciò che fa la natura . Di qui la ricerca di tecnologie soft , il recupero a nuovi livelli di pratiche tradizionali nell’agricoltura biologica o, in altri ambiti, nella fitofarmaceutica e nella fitoterapia , superando un dualismo tra naturale ed artificiale che sta alle nostre spalle e non ci appartiene più. E in questo senso che oggi si parla di artificiale naturale (o di naturale artificiale) in grado di rispondere non solo ai problemi emergenti ma ai nuovi modi di essere e di vivere. Se volgiamo infatti lo sguardo ai comportamenti del quotidiano e alle nuove sensibilità si aprono gli scenari del consumo responsabile , delle vacanze ecologiche, quelli  delle terme sempre più ricercate come luogo del benessere , mentre la fitness si trasforma in wellness e anche la cosmesi è pensata come cura del corpo invece che come puro abbellimento, per cui tornano a trovare posto gli oli essenziali di pino, eucalipto, canfora, menta, limone, l’aqua vegetale di bambu, gli estratti di agrumi. È in questo orizzonte ideale che si vuole collocare Ipomea perché propio la soglia alta raggiunta dalla tecnologia e dalle nuove possibilità di manipolare la materia e noi stessi che rende cosi importanti il rispetto per la natura e il mantenimento nel mondo e in noi stessi della biodiversità e della naturalità in tutti i suoi aspetti : nelle meravigliose creature vegetali e animali che ne fanno parte, , nelle culture e nel loro diverso modo di percepire e di sentire il tempo e lo spazio, nella fisicità delle cose che non viene meno rispetto al “meraviglioso” del virtuale e dell’artificiale, nell’uso delle mani e nell’arte.

Un tempo filosofi e poeti vegliavano nella notte del mondo attendendo il ritorno degli dei, oggi occorre vegliare sulla biodiversità, perché è ad essa consegnato il nostro futuro.

Ipomea del Negombo capitolo cinque

Seduttrici e simulatrici le piante lo sono sempre state come anche prodigi di creatività e di invenzione nell’arte di vivere e sopravvivere e adattarsi e trasformarsi.  E anche mirabili alchimisti. Ogni pianta infatti custodisce nel proprio patrimonio genetico i progetti di sintesi di molecole biologicamente attive, capaci delle più diverse strategie e risposte alle esigenze ambientali. Alcuni sono veri e propri capolavori di ingegneria chimica. E per di più sono energeticamente poco dispendiosi. Vi troviamo antibiotici, antivirali, antimicotici, anti UV, anti ossidanti, e anche tossine, veleni, allucinogeni e le più diverse sostanze in grado di renderci più belli e vigorosi oltre che più sani, anche se perciò, certo, non sono state elaborate.  E sono soprattutto le foreste pluviali, dove si è mantenuta la biodiversità, ad esserne ricche e in buona parte ancora tutte da esplorare.

Tutto ciò è noto e capace di raccontare meravigliose storie di come abbiano popolato la terra, trasformato e creato i climi, incantato insetti ed uccelli e abbiano costituito la trama vegetale della nostra storia e delle diverse civiltà, come mondi del grano, del riso, del mais, della patata, dell’albero del pane, dei giardini forestali.. Quello che è nuovo è la rinnovata attenzione di cui oggi gode il mondo delle piante da parte del mondo scientifico e di quello industriale anche come riorientamento dei consumi, che ha già visto il ritorno a vivere in campagna di intere comunità negli States, come parte di una riconquistata qualità delle vita, felicemente vissuta.  La città degli eventi, effimera e immateriale ha già cominciato a perdere il suo smalto a favore di città verdi e della città-giardino.

L’ambiente e il paesaggio come habitat del nostro vivere, la terra come riferimento con le sue creature di cui facciamo parte non sono più new age né nostalgia per una natura perduta, ma i nuovi  valori che inaugurano l’epoca della sostenibilità. Lo sviluppo e la ricerca di energie pulite, la loro combinazione, il mantenimento della biodiversità non sono più considerati un lusso, ma  l’unico modo per  uscire dalla crisi e per rilanciare l’economia e i consumi, per questo sono diventatati il nuovo business, oltre che un passaggio necessario se vogliamo salvaguardare il pianeta e noi con lui.  Questa inversione di rotta esplora i territori dell’energia solare, eolica, geotermica, che apre all’idrogeno e una terza rivoluzione industriale, e insieme recupera antichi metodi come la trasformazione in energia delle deiezioni, non solo in Africa o  in Asia , ma in Europa. O usa le nuove tecnologie per ricostruire i manti forestali. E’ un ritornare a interrogare ed esplorare l’intelligenza della natura , della materia, delle piante e degli animali e a imitarne le strategie. Con disposizione all’ascolto e l’umiltà dell’imparare. Lo stiamo facendo con le nanotecnologie per la materia. Lo fanno da tempo immemorabile le civiltà che vivono a contatto con la natura e continua a farlo la fitoterapia  che cominciamo a vedere con altri occhi, riconoscendo in essa l’intelligenza delle  piante, veri alchimisti della natura. Un’intelligenza che è il prodotto di un percorso evolutivo  e strategico più antico del nostro e del tutto diverso, ma non per questo meno complesso, sapiente e raffinato a cominciare dalla fotosintesi, la straordinaria capacità di convertire la luce solare in cibo, fino alla capacità di perfezionare la chimica organica, producendo complesse molecole che nutrono, curano, avvelenano, eccitano, sedano, per difendersi, sedurre, attrarre, accoppiarsi con altre forme viventi per sopravvivere e raggiungere i propri fini . Al punto che non sappiamo bene, anche per quanto ci riguarda, se siamo stati noi ad addomesticare  le piante o siano state loro  che ci hanno addomesticato, sedotto, incantato, popolando i nostri immaginari, non meno che i nostri habitat, le nostre case  e chiese e tavole e linguaggi e produzioni di senso. E continuano a tessere i fili delle nostre storie e vite.

Pensare in termini di intelligenza invece che di semplice utilizzazione, è allora un mutamento di valori che ci conduce verso quell’abitare poeticamente la terra di cui parlava Heidegger, la quadratura di terra e cielo, degli dei e dei viventi, in grado di coniugare la cura e la qualità della vita, la tecnologia e la natura, lo sviluppo e la bellezza, che solo lo sguardo dell’altro ci dona.

Ipomea del negombo 2022 si terrà al parco negombo dal 27 al 29 maggio

Eleonora Fiorani

Nata a Milano,ha studiato filosofia della scienza con Ludovico Geymonat e ha firmato con lui alcuni saggi.

Dopo i libri riferiti a Engels e al materialismo dialettico, ha affrontato fra l’87 e oggi le questioni fondamentali delle nuove scienze e particolarmente dell’ecologia.

Ha collaborato con “Belfagor” “Alfabeta”, “Il piccolo Hans”, “La Pensée” e altre riviste.

Ha insegnato antropologia al Politecnico di Milano e semiotica all’istituto Europeo di Design.